UN INFUSO TRA MISTERO E REALTA' CHE SI CHIAMAVA "PAPAGNA"
di Carla Grassano

Medico SER.T.
Specialista in Medicina Generale - Docente di "Medicina di strada"

Facendo questa ricerca ci siamo calati nella nostra storia, alla scoperta delle nostre radici, il che, di volta in volta ha rinvigorito rispetto, curiosità, talvolta sgomento.
Costruzioni arabeggianti e tufi bianchi e freschi quelli delle nostre campagne, zeppe di viti e di ulivi, segnate, in primavera, da laghi rossi di papavero selvatico. Questo paesaggio, velocemente tratteggiato nei colori e nelle forme, ci accompagna nella nostra esplorazione di un tempo all'interno del quale giungiamo facilmente condotti dal ricordo di quanti, ormai anziani, quel tempo hanno vissuto.
Camminiamo sul filo della memoria che ritroviamo in genitori e nonni che ancora abbracciano il presente di molti dei ragazzi che si rivolgono alla nostra esperienza di terapeuti delle tossicodipendenze.
Operiamo in una realtà dalle forti connotazioni rurali, nel versante orientale del tarantino, in una cittadina, Grottaglie, in cui la lavorazione delle ceramiche, centenaria attività di questa zona, vede antiche botteghe aprirsi sulle strade del "Quartiere delle ceramiche". Grottaglie, situata in posizione intermedia tra le province di Taranto e Brindisi, ricorda nel dialetto, più il brindisino ed il leccese che il tarantino, molle, sciroccoso dialetto "sui generis", lontano dalle vocali aperte del barese e dai suoni aspiranti del dialetto leccese.
Ma, al di là delle differenze fonetiche che si avvertono camminando sulle "chianche" (la tipica pavimentazione degli antichi centri rurali di queste parti) dei vicoli ridondanti barocco di Martina Franca, di Ostuni, o della stessa Grottaglie, le tradizioni contadine somigliano, qui, come in Lucania, in Calabria, in Campania, in Sicilia, qui dove l'acqua delle cisterne e dei pozzi ha sempre avuto il sapore di una infanzia di privazioni e di precoci arsure inappagate.
Siamo a due passi dal paese dei lotofagi, dove l'Ulisse autentico passò, lontano da quello contemporaneo troppo spesso abbigliato in vestaglia da camera, esperto dell'assenza e della latitanza della vita reale.
C'è una parola che, tra le tante della nostra infanzia, colpiva per il suono un pò ambiguo e per l'imbarazzo con cui, talvolta, veniva pronunciata, "Papagna", che poi era il termine usato per indicare un infuso di papavero selvatico, il papagno appunto del dialetto locale.

La papagna veniva somministrata infatti per indurre l' addormentamento di quelli più ribelli al sonno, per lo più durante il primo anno di vita. Non avveniva senza ansie l'induzione artificiosa del sonno nei bambini, sapevano bene i nostri anziani che alterare ritmi fisiologici e naturali non è quasi mai operazione scevra da rischi. Intanto veniva fatto perché rispondente a
necessità vitali.
Abitudine antica nelle nostre campagne, l'utilizzo della papagna, talmente antica che di essa non è possibile individuare un confine temporale di inizio. Percorriamo tempi in cui i veleni e le "Eroine" (termine che qualche anziano ha letto da bambino su vetrate di antiche farmacie risalenti agli anni '20 e che presumibilmente indicava le sostanze stupefacenti) venivano commercializzati in farmacie la cui conduzione era talvolta una sorta di diritto ereditario.
Capitava che della farmacia beneficiassero parenti di primo e secondo grado del tutto sprovvisti del titolo necessario per l'autorizzazione alla vendita dei veleni. Molte volte le farmacie si trasformavano in "drogherie", in cui comunque, gli eredi del defunto farmacista, vendevano preparazioni medicinali.
D'altronde non c'era molta scelta... Quali polveri contenessero i barattoli di quelle farmacie, o drogherie, ce lo chiediamo!
Maggiore fiducia dovevano ispirare ai nostri nonni piante e fiori raccolti nella propria terra, o magari coltivati in qualche angolo discreto dell' orto prospiciente la propria casa. Questa anche la modalità con cui si rifornivano di papavero selvatico.
A dire il vero il papavero selvatico, ovvero il rosolaccio o papaver rhoeas, era presente nell'armamentario terapeutico ufficiale, per lo più come calmante della tosse.
Riportiamo testualmente da un volumetto di botanica la cui prima edizione risale al 1932, quella da noi consultata è del 1950. Il testo si chiama "Per curarsi con le erbe", il suo autore, dott. Borsetta, botanico ed erborista. Ci sono all'interno 2500 ricette che utilizzano 320 piante nella cura di ben 200 malattie. Nel testo sono comprese inoltre le tecniche per la preparazione di infusi, decotti e tinture, nonché un ricettario di veterinaria.
Per gli infusi: "È necessario versare acqua bollente sulle erbe contenute in un recipiente e lasciarle a bagno per 1/4 d'ora, coprendo il recipiente per impedire che le essenze se ne volino via col vapore". Quindi il nostro botanico parla della filtrazione, che si ottiene per mezzo di un panno, spremendo bene il liquido ottenibile.
Per i dosaggi così si esprime:
"1/25 fino all'età di due anni
1/10 fino ai quattro anni
1/5 fino ai 14 anni
1/2 fino ai 20 anni".
Nella terapia dell' insonnia così si
recita:
"Bolli per infusione una tazzina d'acqua, un pizzico di fiori secchi (petali) di papavero o rosolaccio, senza le capocchie nere della testa. Non è consigliabile l'uso delle teste del papavero che vanno usate con moltissima cautela".
Difficile credere che i nostri nonni e genitori abbiano letto gli avvertimenti del simpatico autore.
La papagna era un infuso di sapore piuttosto sgradevole che per essere appetibile ai bambini doveva essere somministrato con miele o zucchero, oppure molto diluito con latte. La modalità più curiosa di somministrazione riguardava la frammistione di due o tre gocce nel "pupillo". Per pupillo (termine dialettale rinvenuto nel Laertino, ovvero ai confini con la Lucania della provincia di Taranto), si intendeva un succhiotto ottenuto con zucchero avvolto in una pezzuola a mò di sacchetto, in questo zucchero si lasciavano cadere poche gocce di papagna.
Abbiamo raccolto testimonianze anche riguardanti bambini addormentati per 2 o 3 giorni per qualche goccia in più.
Invariabilmente ciò era seguito da una gran paura e dalla immediata sospensione della somministrazione.

Abbiamo scelto quattro delle nostre interviste.
Una signora di 74 anni accetta volentieri di parlare con noi. È stata bracciante agricola per tutta la vita, ha avuto 15 figli. Ci racconta che per poter lavorare ai tempi della sua gioventù, quando aveva 4 o 5 bambini tutti molto piccoli, doveva somministrare loro, insieme al latte, poche gocce di papagna, così quelli si acquietavano e lei poteva lavorare 6, 7 ore di continuo. Costei, nativa del brindisino, abita da molti anni a Grottaglie.
Un'anziana proprietaria di una lavanderia, in quel del Laertino, racconta di aver sempre fatto la lavandaia, anche da giovane, quando il lavoro veniva fatto a braccia. Ebbene, ci racconta che nel giorno di bucato i bambini piccoli riducevano la loro vivacità con poche gocce di papagna nel "pupillo".
Intervistiamo un vecchio contadino, difficile per noi comprendere il suo dialetto, tuttavia riusciamo nell'intento. Lui vive da sempre in un paese distante pochi chilometri da Grottaglie, non gli è facile capire cosa vogliano questi dottori e perché li incuriosisca la papagna che ormai nessuno usa più da molti anni.
Comincia a raccontarci di come, da maggio, per tutta l'estate, i papaveri, non quelli con i petali rossi, bensì quelli viola, più forti e più alti, venissero raccolti, uniti a mazzi e messi a seccare al riparo dall'umidità, di come poi le capsule, ormai secche, potevano essere utilizzate: la bollitura in acqua di capsula e la successiva filtrazione, permettevano di ottenere l'infuso.
Il suo racconto si arricchisce con la descrizione di quanto al nostro amico ispira il ricordo della papagna e ci ritroviamo immersi in tutta una serie di formule e tecniche per scacciare il malocchio e la iella, per "affascinare" e per neutralizzare gli "affascini", per guarire con erbe associate a frasi e filastrocche appropriate; una per tutte, citiamo: "La ruta tutti li mali stuta".
Una distinta signora, di circa 60 anni, pensionata, ci racconta un pò la sua vita: dopo essersi sposata molto giovane emigrò in Svizzera dove, pur di lavorare, fu costretta ad istituzionalizzare il figlioletto appena nato. Dopo poco riprese con sè il bambino e rassicurò il datore di lavoro: suo figlio non avrebbe dato nessun fastidio! In realtà si trattava di un bambino fin troppo vivace. Ci racconta come, con qualche goccia di papagna poté conservare il lavoro e tenere presso di sè il figlio. Le ceste di biancheria divennero culle sufficientemente confortevoli.

I nostri anziani erano ben lontani dall'immaginare che sarebbe arrivato un periodo storico in cui i loro figli e nipoti avrebbero dovuto affrontare gli effetti devastanti di una condizione derivante dalla dipendenza da una sostanza simile a quella docile papagna, naturale rimedio ai piccoli fastidi dei bambini molto piccoli.
Sfortunato chi avesse profetizzato che la loro discendenza avrebbe affrontato il carcere, condotto una vita che, ai tempi, doveva essere quella dello scemo del villaggio, sfidato la morte per essa.
Alcuni tossicodipendenti più giovani hanno sperimentato la papagna dei nonni, usandola per la prima volta "da grandi" per lo più nei momenti di "ruota persa". Qualcuno l'ha usata al posto del metadone. Insomma una sorta di farmaco sostitutivo casalingo da custodire nel frigo, da assumere con un pò di zucchero o miele sottoforma di bibita.
Peccato, essi dicono, che la fioritura del papavero sia limitata al periodo primaverile ed estivo.
Raccolta e coltivazione del papavero selvatico, a petali viola, più alto e grosso del rosolaccio rosso, sono proibite; trovare zone in cui ancora è possibile trovarne è difficile, si tratta di zone pietrose, discariche, lontano dalle strade e dallo sguardo delle forze dell'ordine.
Episodio curioso quello di un tossicodipendente da oppiacei, in trattamento con metadone, che, deciso a smettere con tutto, eroina e metadone compreso, decise di affrontare l'astinenza con l'aiuto della sola papagna. Le cose andavano bene, tranne poi, a settembre, accorgersi che l'astinenza da papagna pure esiste.

Il questionario

Abbiamo sottoposto ad un questionario 60 soggetti TD e 60 soggetti non TD, appartenenti alla stessa fascia d'età, in simili condizioni socio-culturali.
Il questionario formulato si compone di 11 items.
_ Dalle risposte fornite si evince che già alla fine degli anni '50 la papagna cade in disuso. Nessuno dei soggetti testati di età inferiore ai 25 anni è stato sottoposto alla somministrazione dell'infuso. La percentuale dei soggetti trattati aumenta proporzionalmente all'età degli stessi, con una evidente preponderanza a partire dai 35 anni d'età. Tutti ne hanno sentito parlare, tutti sanno cos'è la papagna e cosa si intende per "appapagnarsi" (si intende la sonnolenza post-prandiale e quella che comunque si associa ad una sensazione piacevole di sazietà).
Un dato che ci conforta, vista la diffusione che aveva l'infuso di papavero selvatico, è che, nelle nostre interviste, abbiamo annoverato, fra i trattati, colleghi, vigili urbani, alti ufficiali, matematici, e quant' altro.

Ringrazio tutti coloro che mi hanno permesso di entrare in questa ricerca. I colleghi del SER.T di Grottaglie che mi hanno sostenuta,
informata e sopportata. Un grazie particolare và ai ragazzi che frequentano il mio servizio. Molte delle informazioni le ho ricevute da loro, sempre disponibili e adeguati a qualsivoglia tipo di relazione, vivi e collaboranti, anche quelli più invischiati nella sofferenza.

fonte: Personalità/Dipendenze, vol. 5(2), pp. 23-26. 1999

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