LE CONSEGUENZE DELLA CRIMINALIZZAZIONE
di Patrizio Gonnella, Vincenzo Scalia

Il problema delle droghe è un fenomeno complesso e multidisciplinare che include aspetti legati alla salute, ai diritti fondamentali delle persone, alle libertà, alla sicurezza. Dal punto di vista delle politiche criminali richiede un approccio analitico e multidimensionale. La questione droghe ripropone, infine, un problema di legame o rottura fra diritto positivo e diritto naturale, fra libertà individuali e interessi diffusi. Chiunque se ne occupi, agenzie della prevenzione o della repressione, non può prescindere da un approccio dinamico e realistico. L’apparato di norme internazionali e nazionali riflette invece un punto di vista unidimensionale, incapace di cogliere le complessità del fenomeno. La prospettiva adottata è principalmente di controllo e di repressione. Gli attuali 14.507 detenuti tossicodipendenti ristretti nelle prigioni italiane – il 25,7% dell’intera popolazione detenuta – sono appunto il prodotto delle scelte proibizioniste, repressive e non inclusive della legge Jervolino-Vassalli.

A partire dal 1990 è iniziato il grande incarceramento dei tossicodipendenti. In quegli anni il numero totale dei detenuti era poco più della metà rispetto agli attuali 55 mila. Il valore percentuale dei detenuti tossicodipendenti ha raggiunto infatti il valore massimo proprio all’indomani dell’approvazione del testo unico sulle droghe (d.p.r. 309/90). Nel giugno del 1992 i tossicodipendenti erano giunti addirittura al 31,67% del totale dei detenuti ristretti nelle galere del nostro paese. Nel 2003 la percentuale era leggermente ridotta, pur essendo ancora rilevante, in quanto i detenuti tossicodipendenti rappresentavano il 25,7% del totale della popolazione detenuta. A questo proposito un altro aspetto della relazione tra tossicodipendenza e carcere merita di essere sottolineato. Il peggioramento delle condizioni detentive, la condizione di marginalità che contraddistingue i carcerati, l’insufficienza dell’assistenza sanitaria, fanno sì che si aggravi la condizione di tossicodipendenza. Inoltre, soggetti non dediti al consumo abituale di stupefacenti, finiscono per fare uso di queste sostanze durante la reclusione, nel tentativo di realizzare una sorta di fuga virtuale dalla loro situazione detentiva. La presenza del SERT non riesce a venire a capo di tutte le situazione di tossicodipendenza. A testimonianza di ciò, citiamo il dato dei detenuti tossicodipendenti che si sottopongono alla somministrazione di metadone, che rappresentano soltanto il 3,1% del totale.

La condizione di tossicodipendenza finisce spesso per intrecciarsi con la sieropositività e l’AIDS. I detenuti sieropositivi sono progressivamente aumentati, in termini assoluti, dalla rilevazione del 30 giugno1992 quando hanno superato le 3mila e 800 unità. Nel corso degli anni, si è registrata una crescita di questa tendenza. Il 25% dei detenuti tossicodipendenti ristretti nelle carceri italiane è sieropositivo, il 13% presenta la patologia dell’AIDS. Sia nel caso che questa condizione preesistesse all’ingresso in carcere, sia che i detenuti l’abbiano contratta nel corso della detenzione, si rivela la drammaticità di questo problema. La risorsa penale ancora una volta diventa la risorsa attraverso la quale supplire alla riduzione dello stato sociale, in questo caso l’assistenza sanitaria. A monte della presenza massiccia di persone sieropositive e malate di AIDS dentro le carceri italiane, bisogna addurre altre spiegazioni: in primo luogo, i detenuti sieropositivi non dispongono sempre di un’assistenza legale adeguata per inoltrare la richiesta di differenziazione della pena. In secondo luogo, la decisione in merito è affidata alla discrezionalità della direzione, del personale sanitario, del giudice di sorveglianza, andando incontro ad un vero e proprio iter burocratico tortuoso. In terzo luogo, la decisione dipende dalla disponibilità, da parte del potenziale beneficiario, di risorse residenziali, familiari, amicali dove possa essere accolto e accudito adeguatamente. Questo ordine di problemi è tanto più grave se il detenuto sieropositivo non è di nazionalità italiana.

Infine, la carenza di strutture assistenziali sul territorio rende problematica l’implementazione del differimento della pena. Il cerchio si chiude se si tiene conto dell’ideologia securitaria dominante, poco incline a fare sconti a persone sottoposte a misure restrittive. Ne è un buon esempio la vicenda del detenuto sieropositivo che nel dicembre del 2000, a Milano, si rese autore di una rapina, nel corso della quale uccise un esercente. Il detenuto ebbe revocato il suo beneficio, per morire poco dopo in carcere. Questo episodio fu utilizzato per denigrare le misure alternative. Le carceri italiane si incamminano a passo spedito verso la condizione di lazzaretti che ospitano fasce sempre più ampie di disperati.

Dall’altro lato in questi anni c’è sempre stato un andamento discontinuo delle misure alternative alla detenzione decise a favore dei tossicodipendenti. L’atteggiamento incerto della magistratura è stato influenzato, indubbiamente, sia dalle oscillazioni normative, sia dall’impatto emotivo di fatti di cronaca che in passato hanno visto coinvolti detenuti tossicodipendenti beneficiari di misure alternative. L’affidamento in prova ai tossicodipendenti non ha ridimensionato i numeri della detenzione.

Dal 1992 ad oggi, seppur con una leggera riduzione, i tassi di incarceramento di persone con problemi di assunzione di sostanze stupefacenti è rimasto più o meno lo stesso. I numeri, inoltre, non tengono conto della gran massa di persone che non dichiarano il proprio stato o il cui status di tossicodipendente non è comunque rilevato o ufficialmente certificato. La distribuzione regionale non è uniforme. La regione con la percentuale più alta di detenuti tossicodipendenti rispetto al totale dei detenuti è la Liguria con quasi il 50% seguita da Sardegna e Veneto. Su valori prossimi al dato nazionale si collocano Lombardia, Umbria e Friuli Venezia Giulia in cui circa un quarto dei detenuti è tossicodipendente. La regione in cui la percentuale di tossicodipendenti sul totale dei detenuti è in assoluto la più bassa è la Calabria.

I detenuti stranieri tossicodipendenti sono circa 4mila pari a quasi l’8% dei presenti; al 26% dei tossicodipendenti e al 25% degli stranieri. I tossicodipendenti che finiscono in carcere sono di solito appartenenti a fasce sociali marginali. L’effetto delle politiche criminali proibizioniste è quello di creare un doppio circuito di esclusione. Esclusi perché poveri e tossicodipendenti; esclusi perché devianti. Per avere un’idea più precisa di alcune caratteristiche sociodemografiche dei detenuti tossicodipendenti si possono utilizzare i dati di una indagine a copertura parziale sulla base delle schede trasmesse al servizio per l’informatica e la statistica del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria. Tali dati riguardano 6.410 detenuti pari al 44,4% dei tossicodipendenti presenti in carcere alla data del 31/12/2000 e prendono in considerazione le variabili del sesso, dell’età, del grado di istruzione, della posizione giuridica e della sostanza prevalentemente assunta. Gli uomini coinvolti in questa indagine a copertura parziale sono stati 6.165, le donne 245. In 71 casi (1,11%) l’età non è stata rilevata. L’età media di questo campione è di circa 33 anni (32,8). In tutte le classi di età, e anche a livello generale, i titoli di studio più diffusi sono la licenza media (44,04%) e la licenza elementare (28,74%); è molto alta anche la percentuale di coloro che non hanno indicato il loro titolo di studio. Le posizioni giuridiche prevalenti sono quelle che collocano l’individuo all’inizio o alla fine della sua vicenda processuale: il 14,46% del campione è costituito da detenuti in attesa di primo giudizio e il 68,61% da condannati definitivi; appellanti e ricorrenti – posizioni che si possono definire intermedie nell’ambito di un iter processuale – rappresentano complessivamente il 14,5% del campione.

L’ultimo dato disponibile riguarda le sostanze assunte dai detenuti. Circa il 10% del campione non ha dato indicazioni sulle sostanze assunte; per il resto le sostanze prevalenti sono nell’ordine eroina (assunta dal 63,57% dei detenuti raggiunti dall’indagine), cocaina (16,22%) e cannabinoidi (5,57%). In galera i tossicodipendenti ci finiscono perché la legge del ’90 ha un impianto prevalentemente repressivo. A riprova di questa tendenza, possiamo citare il dato relativo ai detenuti reclusi per reati relativi al consumo ed allo spaccio di stupefacenti, che nel 2003 rappresentavano il 15,4% del totale. L’intreccio tra carcere e tossicodipendenza rischia di trasformarsi in un abbraccio mortale, che oltre a deteriorare le condizioni di vivibilità all’interno delle strutture detentive distribuite sul territorio nazionale, rischia di soffocare le già asfittiche libertà civili di questo paese.

Il consumo di stupefacenti, secondo i dati più recenti, riguarda, abitualmente o saltuariamente, almeno un quarto degli italiani. Dalle case private alle piazze delle città, dagli stadi alle discoteche, l’assunzione di stupefacenti si presenta come un comportamento diffuso e tollerato dalla società. La depenalizzazione del consumo di stupefacenti e le politiche di riduzione del danno rappresenterebbero la risposta più adeguata a queste tendenze. Al contrario, in nome di un salutismo posticcio, che trova la sua legittimazione nella sua funzione di cavallo di Troia per una riduzione degli spazi di libertà e per la costruzione di carriere politiche ed imprenditoriali, si persevera nelle scelte proibizioniste, che sono lontane dalla risoluzione del problema. A maggior ragione quando la morsa repressiva si stringe soprattutto sui gruppi marginali, come i migranti e i minori.

Il disegno di legge Fini, presentato da poco in Parlamento, accelera ulteriormente sul versante della risposta repressiva, del controllo di polizia e penal/penitenziario. Dalle polizie vengono chiamati «rinvenimenti», «attività contro il traffico» e «attività contro la vendita» e sono le definizioni con cui le forze dell’ordine classificano le operazioni antidroga. Il lavoro quotidiano delle polizie e dei servizi anti-droga va a colpire principalmente i piccoli consumatori di droghe. Sono queste le linee e le tendenze che emergono dalle relazioni annuali al parlamento sullo stato delle tossicodipendenze in Italia. La questione droghe resta una questione penale. In tutta l’Italia nel 2002 sono state effettuate 8.466 operazioni di polizia contro le attività dirette alla vendita di cannabis. Un numero di operazioni compiute dalle forze dell’ordine addirittura superiore a quello complessivo diretto a contrastare la vendita di eroina, cocaina, Lsd e droghe sintetiche, tutte insieme considerate. Nel solo 2002 sono stati sequestrati ben 45mila chili tra hashish e marijuana contro i 6mila e 400 chili fra eroina e cocaina. In tutto il nord ovest, e la Lombardia fa la parte del leone, sono stati sequestrati ben 10mila chili di cannabinoidi in più rispetto al 2001 e complessive 227mila pasticche di ecstasy (quasi tutte in Piemonte), ossia 150mila pillole in più rispetto all’anno precedente. Nel sud d’Italia vi è invece il record di piante di cannabis sequestrate, circa 243mila, di cui 190mila nella sola Calabria. In Puglia, in perfetta continuità con il 2001, vi è il più alto quantitativo di marijuana rinvenuta, ossia quasi 10mila chili. Sono 33mila le persone denunciate all’autorità giudiziaria nel 2002 per avere violato la 309. Poco meno di un migliaio di persone rispetto all’anno precedente. Il 91% dei denunciati è accusato di traffico e vendita di sostanze stupefacenti; oltre 13mila denunce sono legate alla vendita e al traffico di droghe leggere. Negli ultimi 4 anni si sono dimezzate le segnalazioni alle prefetture, anche se esse continuano ad essere oltre 21mila. L’81% delle segnalazioni riguarda chi fa uso di cannabinoidi. Una percentuale che sfiora il 90% nelle isole. Il controllo sociale e penale dei consumatori di hashish passa anche attraverso vessazioni amministrative che vanno a rendere inutilmente complicata l’esistenza di chi fuma uno spinello. Nel solo 2002 sono state ben 15mila le persone che sono state segnalate alle prefetture per l’uso di cannabis.

La percentuale di detenuti tossicodipendenti rispetto alla popolazione detenuta globale è pari al 28%. Una percentuale che sale sino al 39% se si vanno a considerare i detenuti ristretti per violazione dell’articolo 73 del dpr 309/90. Ciò significa che solo un 10% di coloro che stanno dentro per effetto della Iervolino-Vassalli è costituito da spacciatori di professione, mentre tutti gli altri sono consumatori che vendono e trafficano in sostanze per poi farsi. 1.100 sono i minori tossicodipendenti entrati nel circuito della giustizia minorile. Il 77,6% di questi ha avuto problemi con la giustizia per avere assunto cannabis. Una percentuale in crescita progressiva, visto che nel giro di 4 anni è salita di oltre il 13%. Di questi 1.100 oltre un terzo è consumatore occasionale. I numeri sono testimonianza evidente che a causa dell’uso e consumo di hashish e marijuana centinaia e centinaia di ragazzini vanno a finire in galera. L’importanza della legge Fini non è attribuibile soltanto alla sua natura spiccatamente repressiva, ma anche alle sue implicazioni ideologiche, in quanto stadio avanzato della legittimazione e diffusione dell’ideologia perbenista–proibizionista. Oltre alla funzione strumentale di produrre consenso per le forze politiche che la propongono, la legge Fini, qualora approvata, espanderebbe su tutto il corpo sociale quel solidarismo autoritario che ruota attorno a quei settori della società civile che hanno costruito sulla tossicodipendenza la loro rendita morale e imprenditoriale. A Castelfranco Emilia l’amministrazione penitenziaria stava per cedere a privati noti (San Patrignano) una ex casa di lavoro. La loro opera assistenziale, valorizzata da un’apposita copertura mediatica, si è trasformata nel corso degli anni in un vero e proprio business, che le strutture contenitive appositamente previste dalla legge per i tossicodipendenti non farebbero che incrementare.

Infine, la legge Fini produrrebbe un’ulteriore segmentazione ed espansione del sistema carcerario, articolato per i diversi tipi di utenza: accanto alle carceri, agli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, agli Istituti Penali per i Minori, ai Centri di Permanenza Temporanea per i migranti, avremmo anche i lazzaretti per i tossicodipendenti, destinati al sovraffollamento endemico per via dell’inasprimento delle misure repressive. Preferiamo non immaginarci a chi sarebbe destinato il prossimo carcere, e congedarci con un verso di una canzone in voga tra i giovani: Loro mi dicevano / Non calpestare l’erba / Loro mi dicevano / Non coltivare l’erba… C’è chi dice che questo è un mondo perfetto / Domani smetto…

fonte: AA.VV. Upperground Opere e testi contro il proibizionismo

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