KHAT

Con il nome di Khat (pronunciato 'cot') si intendono le foglie e i germogli della Chata edulis Forsk, arbusto della famiglia delle Celastracee, spontanea dell’Etiopia.
Il primo documento occidentale in cui si fa un accenno del khat, senza peraltro riportare un qualsiasi nome della pianta, risale al 1697: B. d’Herbelot de Malainville vi descrisse lo strano gonfiore che hanno sulle gote gli abitanti dello Yemen. La descrizione botanica è del secolo successivo ad opera di Peter Forskal (1736-1763), botanico svedese che percorse l’Egitto e lo Yemen assieme al geografo Karsten Niebuhr in una spedizione organizzata da Federico V di Svezia. Niebuhr fu l’unico dei cinque membri che sopravvisse alla spedizione e intitolò la pianta all’amico scomparso nel suo lavoro pubblicato nel 1775.

Botanica e coltivazione

Anche se originaria forse dell’Etiopia, la Catha edulis è comune in tutto il corno d’Africa e nel sud della penisola arabica. Arbusto sempreverde, senza spine e glabro, alto 3-4 metri con foglie persistenti ellittiche, acute e coriacee, e dentellate sui margini, generalmente lunghe una decina di centimetri e larghe poco meno della metà. I fiori sono piccoli, bianchi e con cinque petali, raccolti in piccoli grappoli. Il frutto è una capsula oblunga contenente 3 semi. La pianta è originaria della fascia orientale dell’Africa e del sud della penisola arabica. In coltivazioni raggiunge altezze superiori agli otto metri e viene propagata per talea.
La coltivazione oltre che nella zona storicamente investita dall’uso è diffusa in tutta la zona dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Indiano. E' una pianta che predilige un clima un po’ più fresco delle afose pianure e dunque le coltivazioni si trovano tra i 900 e i 1.500 metri di altitudine. Nella zona del Tanganika si raggiungono i 2.500 metri.
Molto spesso le piante sono frammiste a quelle di caffè. Infatti il caffè fa ombra alle piante di Catha, ma i motivi sono soprattutto di ordine economico. Il khat è considerato una pianta preziosa, il cui valore aggiunto è decisamente maggiore rispetto al caffè stesso. In un'intervista un coltivatore del caffè di Bedesa (Etiopia) ha dichiarato che per ogni oncia di caffè riceveva 15 centesimi di dollaro, mentre per una di khat tre dollari. Disse inoltre che il prezzo del caffè era fermo da diversi anni mentre quello del khat subiva continui rialzi.
I motivi economici influiscono pesantemente sulle destinazioni agricole dei terreni: dove infatti il terreno è scarso oppure dove vi sono ingenti risorse idriche, come nel caso dei terrazzamenti dello Yemen, luogo di produzione del famoso caffè Moka, si preferisce investire in coltivazioni a più alto reddito. Un atteggiamento che sta mettendo in crisi l'agricoltura yemenita, visto che nei luoghi più fertili si coltiva principalmente katha.
Le coltivazioni in alcuni casi sono molto ampie: la DEA calcola che il 75% dei coltivatori di caffè dell’Harrar (Etiopia), zona da cui proviene il miglior caffè etiope, coltiva anche khat. Il dato è confermato dal general manager della cooperativa Oromiya, mentre la Trade and Environmetal Database afferma che nel 1992, sempre in Etiopia, 93.000 ettari erano coltivati a khat. La produzione etiope è in aumento ed è assorbita quasi interamente dal consumo locale; si pensi poi che nel 1982 l’ONU stimava che dallo Yemen si importasse una quantità di droga pari a 57 milioni di dollari.
Un rapporto UNODC (United Nations – Office on Drugs and Crime) segnala che nello Yemen la produzione è in aumento: la superficie coltivata è passata dagli 8.000 ettari del 1985 ai 103.000 del 2000, con un incremento annuo sensibile (79.000 ettari nel 1992 e 92.500 nel 1995). Nel 1995 le esportazioni di foglie di khat venivano stimate in 200 milioni di dollari: l’importanza per l’economia yemenita è notevole se si pensa che negli stessi anni la quota del khat nella produzione agricola è passata dal 15,3% al 33,4%. Attualmente si stima che il 60% del territorio coltivabile è occupato da Catha edulis.

Cenni storici

La pianta fu introdotta nello Yemen nel 525 d.C. ma solo nel XIII secolo il suo uso si diffuse a tutta la popolazione.
Lo studioso yemenita Abu-Rihan Bin Ahmed Al-Baironi (973-1051) ne parla nella sua Arte farmacologica e terapeutica. Nel 1237 viene descritta da Najeeb Al-Deen Al-Samargandi nella sua farmacopea, consigliandola per la depressione grazie alle sue proprietà eccitanti e all’”allegrezza” che provoca; è invece assente nella più antica farmacopea yemenita, quella di Abu Al-Hasan Al-Hamdani.
Nel XIII secolo Ahmed Ben Alwan ne parla diffusamente come coadiuvante della preghiera e descrive i luoghi deputati al consumo delle foglie di khat: l’asr e il maghreb, rispettivamente il soggiorno e la corte-giardino delle tipiche case yemenite, luoghi tutt’ora utilizzati a questo scopo. Nel manoscritto conservato a Parigi (MS 143, Biblioteca Nazionale) lo storico Fadl Allah Al-Amri (1301-1348) descrive la guerra tra il re yemenita di Ifat e il re di Etiopia. Il vincitore, il re Sabr Al-Deen, rase al suolo la residenza del re etiope a Marad e sulle sue rovine impiantò una piantagione di khat.
Lewin è il primo occidentale che parla delle proprietà farmacologiche del khat e ne descrive l’uso sociale nello Yemen. Nel suo Phantastika scrive: “Allochè io, mi ha scritto l’amico mio G. Schweinfurth, nei miei viaggi nel Jemen alla sera tardi vedevo le case alte, di molti piani, dei villaggi montani, colle finestre illuminate a giorno, e chiedevo, che cosa facessero gli abitanti ad ora così tarda, mi fu detto che sedevano, fra conoscenze, per ore ed ore attorno ai bracieri accesi, bevendo una tazza dopo l’altra di caffè di buccie e masticando l’immancabile kat, che li tiene desti e favorisce i buoni rapporti conversazionali”.
Proseguendo nel testo l’autore annota come la masticazione di khat sia un comportamento sociale mirato a procurare euforia allontanando le sensazioni di fatica e fame e aumentando le capacità comunicative.
In quegli anni si viene a sapere anche dell’uso religioso. Monsignor Jarosseau, vescovo di Harrar, in una lettera indirizzata al dott. G. Tanret scrive: “Il motivo per cui il katt gode di una fama così grande nella provincia di Harran è che alla base della sua masticazione c’è un’idea religiosa. Tutto il paese è convinto che quest’albero goda di una benedizione divina: nessuna cerimonia religiosa, privata o pubblicata, si fa senza masticazione rituale di questa foglia che implica un gran numero di canti e preghiere. Tra i musulmani di Harrar produce una forte esaltazione religiosa che essi ritengono dono del cielo. […] I cristiani non ne fanno uso ma la coltivano per commerciarla.”
Ci troviamo al cospetto di un vegetale che contiene un agente psicoattivo e il suo consumo rientra in una natura simposiale: nel corso delle sedute di consumo vengono trattati argomenti di interesse comune, ma soprattutto di carattere religioso. Il legame religioso è talmente forte che durante le sedute vengono tramandati numerosi miti tra i quali alcuni miti di fondazione che forse hanno lo scopo di giustificare l’uso della pianta.
Ad esempio tra i consumatori di khat di Mogadiscio, si narra che la pianta nacque spontaneamente sulla tomba di Shek-abaadir, pio uomo vissuto durante il periodo della diffusione dell'Islam in Somalia (XI-XII sec.), molto venerato dalla popolazione. Alcuni seguaci, dopo averla assaggiata, notarono un potenziamento della memoria e una maggiore resistenza alla veglia. Visto che permetteva loro di recitare a memoria i versetti del Corano e di pregare tutta la notte, dedussero che la pianta era stata inviata ai fedeli dal santone perché potessero meglio pregare Allah.
L’uso del khat è diffuso, oltre che in Etiopia, anche in Yemen e Somalia, paesi in cui l’uso della pianta è radicato da secoli. Inoltre è utilizzato in Kenya, Malawi, Uganda, Tanzania, Congo, Zimbabwe, Zambia e Sud Africa e in minor misura in Afganistan, Iran e Pakistan. In molti di questi paesi viene anche coltivato spesso frammisto a coltivazioni di caffè; la droga assume diversi nomi a seconda dei paesi, ad esempio Mlonge in Swaili, warfo in Mbulu, seri in Shambaa.

Farmacologia

La pianta contiene alcaloidi del gruppo delle fenilalchilamine molto simili all’efedrina, ed in particolare il catinone [(-)-aminopropiofenone] e la catina [(+)-norpseudoefedrina]. Il contenuto di questi alcaloidi varia a seconda delle regioni di origine e della varietà della pianta (Tab. I).

 

Contenuto in fenilalchilamine in mg/g di khat

Zona di origine

varietà

catinone

catina

norefedrina

Etiopia

rossa

1.731

6.495

0.441

0.445

3.882

0.273

bianca

0.654

7.319

0.247

0.492

3.405

0.193

Kenia

rossa

3.324

1.477

0.292

Yemen

bianca

0.343

2.505

0.182

0.086

1.516

0.103

Tab. I - Contenuto di fenilalchilamine in khat di diversa varietà e origine geografica.

L'alcaloide più potente risulta essere il catinone che è presente in quantità maggiore nelle foglie giovani e subisce la trasformazione in catina durante l'essiccamento. Il catinone può arrivare a rappresentare sino a due terzi del contenuto totale in fenilalchilamine: bisogna tener presente che il valore commerciale del khat è proporzionale al contenuto in catinone.
Mentre la catina viene eliminata in circa 24 ore immutata con le urine, il catinone viene metabolizzato a norefedrina e a (-)-norpseudoefedrina, le cui concentrazioni rimangono costanti fino ad almeno 9 ore dall'ingestione, quando il catinone non è più rintracciabile nel sangue.
Altri composti fenilalchilaminici, il merucatinone e la merucatina, sono stati isolati in piante provenienti dal Kenia. Inoltre nelle foglie della Catha edulis sono presenti le cateduline, un altro gruppo di alcaloidi, le cui caratteristiche strutturali variano in base alla provenienza geografica della pianta; sembra che tutti questi alcaloidi non abbiano attività psicotropa.
Il catinone, l’acaloide principale del khat, a causa della sua trasformazione fa si che le foglie debbano essere utilizzate entro due o tre giorni dalla sua raccolta.
Gli effetti delle catamine (catinone e catina) sono sostanzialmente sovrapponibili a quelli indotti dalle anfetamine:
-l'attività motoria subisce una riduzione tipica come per alte dosi di anfetamina e insorgono movimenti stereotipati, quali mordere, leccare e annusare;
- ha forti effetti anoressizzanti fors’anche maggiori di quelli delle anfetamine;
- induce un esagerato aumento dell'ingestione d'acqua;
- diminuisce la percezione del dolore;
- provoca tachicardia e aumento della pressione del sangue (effetti cronotropo ed inotropo positivi);
- i principi attivi del khat passano nel latte materno: infatti la catina è stata rinvenuta sia nel latte di consumatrici di khat, sia nelle urine dei lattanti.

La stimolazione del Sistema Nervoso Centrale ha un quadro sintomatologico caratterizzato da euforia, logorrea, aumentata libido, resistenza alla fatica, insonnia, anoressia; a livello periferico si osserva un aumento di temperatura corporea. Subito dopo la masticazione compaiono sensazioni di vertigine e nausea (con lievi dolori a livello dello stomaco e dell'intestino), accompagnate da un aumento della pressione sanguigna e del ritmo cardiaco (tachicardia), che tendono però a scomparire in breve tempo. In linea di massima, allo scadere dell'effetto, il khat lascia con una leggera sensazione di affaticamento fisico e mentale. Il khat non produce l'insorgere di effetti rilevanti di tolleranza e dipendenza (anche perché è possibile masticarne solo un quantitativo limitato per volta). Non sono segnalati danni a livello dell'apparato digerente se non infiammazioni dovute ai tannini e ai terpeni presenti nelle foglie e ancor di più alla consistenza coriacea delle stesse.
Si hanno notizie di uso del khat come medicinale, ma sono episodi sporadici e forse legati solo alla valenza religiosa della pianta. Tali segnalazioni riguardano il tentativo di curare la peste in Sud Africa, la malaria nello Yemen e la prevenzione di malattie veneree in Somalia, forse il suo uso più diffuso.

Uso

Sebbene sia consumato anche sotto forma di infusi (il cosiddetto tè abissino), le foglie di khat normalmente vengono masticate a lungo, fino a formare un bolo che viene mantenuto nell'incavo di una guancia e continuamente rinnovato.Una dose è di circa 20-25 foglie a seconda delle dimensioni, e si utilizzano foglie o germogli teneri che vengono commercializzati avvolti in foglie di banano per mantenerle fresche.
L'effetto psicotropo è caratterizzato da uno stato di euforia che i consumatori definiscono di felicità, serenità ed energia. Il khat è una tipica droga sociale: il consumo avviene in gruppi e spesso serve a rafforzare legami di amicizia o religiosi; durante il consumo si ascolta musica, si conversa, si brucia incenso e si beve tè o caffè.
Un interessante aspetto di questo rituale consiste nel creare nell'ambiente una temperatura elevata serrando porte e finestre nella consapevolezza, empiricamente acquisita, che il caldo aumenta gli effetti del khat, così come di ogni altro anfetaminico.
Il consumo avviene generalmente nelle ore serali e una sessione dura anche 2-3 ore. In occasioni particolari si può arrivare anche a sei ore, mentre durante il Ramadan l’uso si protrae a tutta la durata del giorno. Oltre che per masticazione e per infusione le foglie di Catha vengono consumate anche nella tipica pipa ad acqua e ultimamente incluse in sigarette.
Il consumo nello Yemen è molto diffuso: si calcola che la quota del bilancio familiare spesa in khat raggiunga quasi il 16%. Nel 1972 il governo dello Yemen del nord iniziò una campagna per contrastarne l’uso ottenendo qualche risultato, ma dopo l'unificazione della nazione avvenuta nel 1990 non sono stati più fatti tentativi seri per contrastare l’abuso della droga. Attualmente il khat costituisce una fonte di finanziamento per le varie fazioni politiche o tribù yemenite, mentre l’unica proibizione che esiste è quella del consumo sul posto di lavoro e in pubblico, rispettata solo nelle vie principali di Sana’a. In questo paese, secondo i dati UNODC, quasi il 90% degli uomini e il 50% delle donne sopra di 18 anni usa khat.
Attualmente in questo paese la coltivazione e l’uso del khat sono legali, sebbene le autorità stiano tentando di limitarne l’uso. I risultati sono scarsi, così come in verità è scarsa la convinzione circa l'efficacia del proibizionismo: una legge prevede la proibizione della vendita nei mercati delle principali città come Sana’a, Aden, Ta’aizz, ma nelle vie secondarie il commercio è fiorente.
In Somalia nel 1983 fu tentato di arginare il consumo della droga, con una legge che proibiva la coltivazione, l’uso e il commercio del khat. La campagna ottenne scarsissimi risultati e i tragici eventi degli anni successivi ne fecero lettera morta. L’unico risultato è stato l'incremento vertiginoso del prezzo. Attualmente si stima che nel nord del paese il 18% degli uomini usino abitualmente il khat, mentre nel sud la percentuale passa al 55% Qualche autore parla però dell’85% della popolazione totale.
È interessante notare che durante l’occupazione coloniale della Somalia da parte degli italiani il problema del khat fu affrontato dalle autorità con un disinibito realismo: l’uso della droga era tollerato da parte delle truppe somale sia per un motivo di stabilità sociale sia perché si riteneva, e probabilmente a ragione, che il khat aumentasse la resistenza alla fatica e alla fame (qualche Autore ha insinuato come motivazione il risparmio sul rancio). Gli inglesi al contrario repressero duramente l’uso del khat.
Il contenuto di catinone nelle foglie del khat degrada rapidamente e dopo 48 ore l’alcaloide non è più presente. Per questa ragione il suo consumo è stato circoscritto fino a tempi recenti in aree assai prossime a quelle di raccolta. Negli ultimi anni, complici gli intensi flussi migratori da quelle zone, si è registrato un lieve ma costante rifornimento verso verso l’Europa e gli USA. Il trasporto aereo permette infatti la distribuzione del khat in queste aree metropolitane entro i limiti temporali (tre giorni circa) di degradazione dei principi psicoattivi della pianta.
Nel Regno Unito, dove peraltro è legale, se ne segnala una facile reperibilità. Uno studio condotto su 207 somali residenti a Londra riferisce che il 76% aveva usato il khat, per lo più in quantità maggiori di quelle consumate nel paese di origine: questo aspetto è legato al tentativo di riprodurre situazioni della terra d’origine, spesso stravolgendole, e riproponendo gli incontri conviviali tipici del consumo delle foglie rendendole in qualche modo artificiose con vesti tradizionali e ascoltando musica etnica.
Anche in Italia il consumo di khat è solidamente attestato almeno fin dal 1988 nelle comunità somale, soprattutto a Roma, ed è proseguito negli anni successivi come dimostrano i 260 kg sequestrati durante il 1998.
Negli USA il consumo è aumentato dopo il ritorno dei militari statunitensi dalla spedizione in Somalia, ma anche il mercato americano del khat ruota essenzialmente attorno agli immigrati yemeniti, somali ed etiopi tra i quali l’uso del khat far parte delle tradizioni sociali.
La DEA (Drug Enforcement Administration - USA), ha incluso il khat in tabella I in base al catinone contenuto nelle foglie, ma come abbiamo visto l’alcaloide è degradato entro le 48 ore successive alla raccolta, per cui quasi sempre non è presente nelle foglie che arrivano dall’estero. In base a questo avrebbero dovuto classificarlo in tabella IV per la presenza della sola catina. (1)
Attualmente è in discussione una legge che prevede una quantità minima di detenzione. Si segnalano anche tentativi di coltivazione negli USA di cui almeno due sicuramente riusciti.
Recentemente è comparso sul mercato clandestino americano un catinone sintetico chiamato metacatinone o Qat, la sostanza è popolare tra i consumatori di crack.
L’OMS e l’ONU hanno cominciato a preoccuparsi del khat negli ultimi trent’anni più per fattori politici ed economici che per problemi di salute. Infatti le segnalazioni di problemi di salute dovuti all’uso della droga sono estremamente sporadici e nei casi segnalati sono più che altro dovuti alla sottoalimentazione endemica nelle zone tradizionali di consumo; per contro sono presenti problemi di ordine socio-economico dovuti all’aggravio economico delle famiglie dei consumatori e al traffico internazionale che spesso arricchisce le varie guerriglie o ras locali.

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fonte: Lucia, http://www.antrocom.it/

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